Lo studio teatrale “PROFEZIE – domande per una tragedia contemporanea” al Centro Teatro Universitario di Ferrara
PROFEZIE – domande per una tragedia contemporanea
uno studio teatrale ispirato al racconto La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt
diretto da Michalis Traitsis – Balamòs Teatro
collaborazione artistica: Patrizia Ninu, foto: Andrea Casari
con gli allievi del laboratorio “Linguaggi dell’attore e del teatro” del Centro Teatro Universitario di Ferrara: Asja Albrahimi, Michela Arcidiacono, Eris Cala, Marco Caushi, Giuseppe Cota, Lorenzo Salagean, Germana Scuccimarra, Anna Vincenti
Giovedì 16 e Venerdì 17 luglio 2026 – ore 21.15
Centro Teatro Universitario di Ferrara (via Savonarola 19, Ferrara)
ingresso gratuito su prenotazione: ctu@unife.it – 328 8120452
Giovedì 16 e Venerdì 17 luglio 2026, alle ore 21.15, presso il Centro Teatro Universitario di Ferrara, si conclude la trentunesima edizione del laboratorio teatrale “Linguaggi del teatro e dell’attore”, diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, collaborazione artistica Patrizia Ninu, con la presentazione dello studio teatrale Profezie – domande per una tragedia contemporanea, ispirato al racconto La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt, che ha rappresentato il punto di partenza dello studio teatrale, non il suo approdo. Nell’opera di Dürrenmatt il mito viene già sottratto alla sua dimensione eroica: Pizia non è più la voce infallibile degli dèi, ma una donna anziana e stanca, costretta a sostenere un sistema religioso e politico che continua a sopravvivere grazie ai miti che esso stesso alimenta. L’oracolo perde così la sua aura sacrale per diventare profondamente umano. La nostra ricerca prende avvio da questa intuizione e la conduce oltre. L’interesse non è rivolto alla ricostruzione del mito classico, ma all’indagine delle contraddizioni interiori dei personaggi. Ognuno di loro diventa il luogo di una frattura: tra ciò che crede di essere e ciò che realmente è; tra il desiderio di verità e la necessità di sopravvivere; tra responsabilità individuale e meccanismi collettivi. Il destino, così centrale nella tradizione tragica, lascia progressivamente il posto ad altre domande: quale responsabilità abbiamo nei confronti delle verità che scegliamo di non vedere? Che cosa sacrifica ciascuno di noi per poter continuare a vivere nel mondo così com’è? In quale momento cominciamo a chiamare “necessario” ciò che fino a ieri ci sarebbe sembrato intollerabile? Ogni personaggio proposto incarna una diversa modalità di abitare queste domande.
Pizia non rappresenta soltanto una sacerdotessa. È il corpo di chi sostiene il peso di un sistema che lo consuma. Il suo lavoro diventa metafora di tutte quelle esistenze invisibili sulle quali continuano a fondarsi privilegi, ricchezza e potere. La sua voce non annuncia il futuro: porta alla luce ciò che gli uomini hanno già seminato e non vogliono riconoscere.
Meneceo introduce una domanda ancora diversa: quale sacrificio chiedono le comunità ai propri figli per continuare a esistere? Quando il sacrificio è una scelta libera e quando, invece, diventa il linguaggio attraverso cui una società giustifica la propria sopravvivenza?
Sfinge è la voce delle domande che non smettono di abitare l’essere umano. Non divora chi non sa rispondere, ma chi rinuncia a interrogarsi. E’ colei che interrompe lo sguardo abituale. Il suo enigma non chiede di essere risolto, ma di imparare a vedere ciò che fino a quel momento era rimasto invisibile.
Tiresia non è il sapiente onnisciente della tradizione. È un uomo che ha conosciuto l’idealismo e che, poco alla volta, si è adattato al potere fino a diventarne complice. Il suo dramma non consiste nella corruzione improvvisa, ma nella lenta normalizzazione dell’ingiustizia: quel processo quasi impercettibile attraverso cui si smette di indignarsi e si finisce per considerare inevitabile ciò che un tempo sembrava inaccettabile.
Giocasta è il volto dell’amore che sceglie il silenzio. Cerca di proteggere ciò che resta della propria famiglia, ma finisce per custodire proprio ciò che la distruggerà. La sua tragedia nasce dall’illusione che alcune verità possano essere taciute per sempre.
Creonte incarna la fedeltà all’ordine costituito. Più che un antagonista, è l’uomo che cerca di conservare un equilibrio istituzionale anche quando quel sistema mostra ormai tutte le proprie crepe. La sua figura interroga il confine sottile tra responsabilità politica e difesa dello status quo.
Edipo non è l’eroe che sconfigge la Sfinge. È un uomo costretto a smontare l’immagine che ha costruito di sé. La sua ricerca del colpevole diventa lentamente il viaggio dentro le proprie rimozioni. Quando si acceca, non rifiuta il mondo: rifiuta lo sguardo con cui aveva creduto di conoscerlo.
Pannychis/Merops fa riflettere sui meccanismi per cui, appena acquisito uno spicciolo di potere, agisce comportamenti oppressivi sugli altri.
Il Coro non è un narratore esterno agli eventi. È la comunità. È la memoria collettiva che osserva la tragedia e, nello stesso tempo, ne prende parte. Le sue parole non giudicano, ma restituiscono domande; non offrono soluzioni, ma rendono visibili le contraddizioni condivise.
L’intero lavoro è concepito come un rito contemporaneo.
Il corpo precede la parola. Gesti, composizioni e immagini sceniche costituiscono la vera drammaturgia di questo studio teatrale, mentre i monologhi assumono la forma di confessioni intime più che di dichiarazioni ideologiche. La scena diventa uno spazio in cui il pensiero prende corpo prima ancora di essere pronunciato.
Il mito si trasforma così in uno specchio del presente.
La domanda non è più se il destino possa essere evitato, ma quanto ciascuno di noi partecipi, consapevolmente o inconsapevolmente, alla costruzione dei sistemi che producono sfruttamento, silenzi, adattamento e autoinganno.
Non siamo quasi mai divisi tra bene e male.
Siamo divisi tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e quella che lentamente emerge quando qualcuno, o qualcosa, ci costringe a guardarci senza difese.
Gli interpreti utilizzano pietre. Per costruire il luogo dell’anima, forse ancora sacro. Ogni pietra è una domanda deposta. Un frammento di verità che nessuno possiede interamente. Nessuno può trovare risposte al di fuori di sé, ma nessuno può trovarle nemmeno dentro un orizzonte esclusivamente individuale. Ognuno porta il proprio frammento e soltanto la relazione con gli altri permette di intravedere un disegno più ampio. Lo studio non procede per punti esclamativi. Cerca, piuttosto, una costellazione di punti interrogativi. Domande capaci di rallentare lo sguardo, di incrinare le nostre certezze e di restituire alla tragedia la sua funzione più antica: non offrire risposte, ma creare uno spazio di ascolto e riflessione, che non accusa ne giustifica ma ascolta: il teatro, quando è vivo, non conferma ciò che sappiamo già ma ci costringe a vacillare e interrogarci.